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Nel 1562 il duca Emanuele Filiberto I di Savoia, a seguito della Pace di Cateau-Cambrésis decise di trasferire la capitale del Ducato a Torino. Cominciò a commissionare il rifacimento di antichi castelli (anche di epoca romana) e la costruzione di nuove residenze nella cintura verde che circonda la capitale di quello che sarebbe diventato il Regno di Sardegna creando un sistema di residenze denominate residenze sabaude, che oggi sono state inserite nella lista del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO.

La Reggia di Venaria Reale è la più grande per dimensioni tra le residenze, fu pensata e costruita in pochi anni (1658 - 1679) su progetto dell'architetto Amedeo di Castellamonte. A commissionarla fu il duca Carlo Emanuele II che intendeva farne la base per le battute di caccia nella brughiera collinare torinese. L'insieme dei corpi di fabbrica che costituiscono il complesso, enorme se si considera l'estensione (80.000 m² di piano calpestabile), include il parco ed il borgo storico di Venaria, costruiti in modo da formare una sorta di collare che rievoca direttamente la Santissima Annunziata, simbolo della casa sabauda.
Alle spalle della Reggia si trova poi l’imponente Parco La Mandria, il più grande parco cintato d'Europa. La superficie recintata ammonta a circa 3.000 ettari. Il muro, lungo circa 36 km doveva proteggere gli Appartamenti Reali del Borgo Castello voluti dal re per viverci con la sua seconda famiglia creata con la moglie morganatica Rosa Vercellana detta "la Bela Rosin". È servito di fatto a proteggere uno dei rarissimi lembi sopravvissuti della foresta planiziale che un tempo copriva l'intera Pianura Padana.

Continuando il tour delle residenze sabaude si arriva a Torino e la prima tappa non può che essere Palazzo Reale (sede anche della Biblioteca e dell’Armeria Reale), la prima e più importante tra le residenze sabaude in Piemonte, teatro della politica del regno sabaudo per almeno tre secoli. È collocato nel cuore della città, nella Piazzetta Reale adiacente alla centralissima Piazza Castello, da cui si dipartono le principali arterie del centro storico: via Po, via Roma, via Garibaldi e via Pietro Micca. Il palazzo, destinato a residenza reale, venne progettato tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento da Ascanio Vittozzi. Alla morte di quest'ultimo, i lavori vennero affidati a Carlo di Castellamonte e nel corso dei decenni si susseguirono Carlo Morello (per la facciata), Daniel Seiter (per affrescare il soffitto della galleria) e Guarino Guarini che edificò la Cappella della Sindone dove è ospitata la preziosa reliquia. Nel Settecento viene chiamato, per alcuni interventi di modifica, l'architetto Filippo Juvarra.
Sempre in piazza Castello si trova Palazzo Madama; eretto dai romani in qualità di porta cittadina, Porta Decumana, per il lato esposto verso il fiume Po, l'edificio divenne prima sistema difensivo, quindi palazzo vero e proprio, simbolo del potere che tenne Torino fino al XVI secolo, quando venne preferito l'attuale Palazzo Reale come sede dei duca di Savoia. Abbellito notevolmente sotto la reggenza, nel secolo successivo, delle due Madame Reali (da qui il nome), il vecchio castello medioevale venne riqualificato grazie all'opera del primo architetto di Casa Savoia, Filippo Juvarra, sua è la grande facciata che domina la piazza. Palazzo Madama è la sede del Museo Civico d’Arte Antica che raccoglie oltre 60.000 opere che testimoniano la ricchezza e la complessità di dieci secoli di produzione artistica italiana ed europea comprendendo dipinti, sculture, codici miniati, maioliche e porcellane, ori e argenti, arredi e tessuti. All’interno delle collezioni permanenti del museo si possono trovare, tra le tante, opere di Gaudenzio Ferrari, Orazio Gentileschi e Pietro Piffetti. Opera di assoluto rilievo è “Il Ritratto d’Uomo” di Antonello da Messina.

Proseguendo verso sud incontriamo il Castello del Valentino situato nell'omonimo Parco del Valentino sulle rive del fiume Po. Oggi è sede distaccata del Politecnico di Torino, ed ospita la Facoltà di Architettura, ma le sue origini risalgono al 1200. Si dice che la denominazione Castello del Valentino derivi dalle reliquie di san Valentino (martire giovinetto del ‘200) conservate in una teca di cristallo nella chiesa di San Vito (sulla collina prospiciente al Parco del Valentino) e qui trasferite in seguito alla distruzione di una chiesetta vicina all'attuale parco. Alcuni studiosi affermano che, in un singolare intreccio di memoria religiosa e mondanità, si soleva un tempo celebrare nel parco fluviale torinese, proprio il 14 febbraio (ora festa degli innamorati) una festa galante in cui ogni dama chiamava Valentino il proprio cavaliere. Il castello deve la sua forma attuale a Madama Reale, la giovanissima Maria Cristina di Borbone (sposa di Vittorio Amedeo I di Savoia e figlia di Enrico IV, primo re di Francia di ramo borbonico) sulla quale circolavano voci maligne, che narravano del Castello del Valentino come luogo di incontri amorosi con gentiluomini e servitù che finivano in fondo ad un pozzo gettati dalla nobile amante. La quale sembra che si fece costruire anche un passaggio sotterraneo, vera e propria galleria che attraversava il letto del Po, per collegare il Castello alla Vigna Reale, teatro d'incontri amorosi tra lei e il suo consigliere Filippo d'Agliè.

Diverse sono le residenze sabaude al di fuori del perimetro cittadino, tra le quali merita sicuramente un viaggio per la visita la Palazzina di caccia di Stupinigi situata nella località di Stupinigi (comune di Nichelino), alla periferia sud-occidentale di Torino e opera di Filippo Juvarra, tra il 1729 e il 1754. Dal 5 al 16 maggio 1805 vi soggiornò Napoleone Bonaparte prima di recarsi a Milano per cingere la Corona Ferrea. Nell'Ottocento ospitò per diversi anni un elefante indiano maschio, che era stato regalato al re Carlo Felice. L'elefante, chiamato Fritz, divenne famoso, ma dopo qualche anno  impazzì e incominciò a distruggere tutto ciò che lo circondava (i segni sono ancora visibili sulle parti in legno); venne abbattuto e donato al museo zoologico dell'università di Torino. Dal 1919 la palazzina di Stupinigi ospita il Museo di arte e ammobiliamento, riunendo al suo interno molti mobili provenienti dalle residenze sabaude oltre ad altri appartenenti alle corti italiane pre-unitarie, come quella dei Borboni di Parma e del loro Palazzo Ducale di Colorno. L'interno è in Rococò italiano, costituito da materiali preziosi come lacche, porcellane, stucchi dorati, specchi e radiche che, oggi, si estendono su una superficie di circa 31.000 metri quadrati, mentre 14.000 sono occupati dai fabbricati adiacenti, 150.000 dal parco e 3.800 dalle aiuole esterne; in complesso, sono presenti 137 camere e 17 gallerie. Il complesso è inserito all'interno di un vastissimo giardino geometrico con un continuo succedersi di aiuole e viali. Il parco circostante, delimitato da un muro di cinta e intersecato da lunghi viali, fu progettato dal giardiniere francese Michael Benard nel 1740. Nel 1992 è stato istituito il Parco naturale di Stupinigi, che si estende per quasi 1.700 ettari.

Allontanandoci ancora dalla città giungiamo al Castello di Racconigi, in provincia di Cuneo, che fu residenza ufficiale del ramo dei Savoia Carignano. La dimora ospitò dal 23 al 25 ottobre 1909 Nicola II Romanov, imperatore ed autocrate di tutta la Russia, venuto in Italia per una visita di stato. Si presenta oggi come un grande palazzo in mattoni rossi e tetti a pagoda. Fino alla metà del Seicento mantenne la struttura di antico maniero medievale, un impianto quadrato, quattro torrioni angolari, il fossato, un ponte levatoio e un mastio laterale. Nel 1620 il duca Carlo Emanuele I donò il Castello al fratello, il principe Tommaso Francesco di Savoia, capostipite del ramo Savoia - Carignano. Fu suo figlio Emanuele Filiberto Amedeo a stabilirsi a Racconigi, dando il via ad una serie di lavori che interessarono il castello ed il parco. Merita una visita il Parco annesso al Castello, di cui si ha notizia già nel Trecento. Nel 1746 Luigi di Carignano ne affidò la cura allo specialista francese Michel Benard, che mantenne in gran parte il taglio scenografico del giardino "alla francese" del progetto di Le Nôtre. Il parco all'inglese di oggi è il risultato dell'intervento ottocentesco del celebre architetto di giardini tedesco Xavier Kurten.

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