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Ma allora la fotografia è la ricostruzione del reale o la costruzione artificiosa di fatti diversamente accaduti? Questo è il quesito che è alla base della mostra “Sulla scena del crimine. La prova dell’immagine dalla Sindone ai droni”(fino al 1° maggio presso Camera – Torino) e Torino è la città più adatta per approfondire, oltre le immagini della mostra, le “indagini” sull’argomento.

Nella mostra, che espone i casi in cui la fotografia è divenuta strumento di prova, non poteva mancare quella che è considerata una delle prime fotografie criminali, ossia l’immagine dell’”Uomo del lenzuolo sacro”, meglio conosciuta come Sacra Sindone.
E proprio da qui può partire la nostra “indagine” alla scoperta di alcune “curiosità artistiche” di Torino, infatti appena usciti da Camera (Via delle Rosine 18), imboccando Via Po, superata P.zza Castello e varvato il Quadrilatero romano, ci troveremo proprio di fronte il Museo della Sindone (via S. Domenico 28) creato nel 1936 e ospitato dal 1998 nella cripta della Chiesa del SS. Sudario. Il Museo della Sindone rappresenta il luogo che più di ogni altro - al di là del Duomo, in cui il Lenzuolo è stabilmente conservato, ma non visibile - offre la possibilità di accostarsi alla Sindone.
Il Museo si compone essenzialmente di due sezioni parallele, una a carattere scientifico e l'altra con connotazione storica. Nella prima sono esposti documenti, immagini 3D, foto al microscopio di pollini, microtracce e tessuti, frutto di esperimenti volti a spiegare l'immagine sul telo. Nella seconda si possono invece ammirare, fra le altre preziose testimonianze, la cassetta in cui la Sindone giunse a Torino nel 1578 e la cinquecentesca teca in argento che l'ha custodita fino al 1998, nonché incisioni, opere e volumi dal '500 all'800. La visita si può concludere nella Chiesa del SS. Sudario, dov'è conservata la perfetta riproduzione della Sindone, la sola ancora visibile al pubblico a Torino. Completano il percorso espositivo una serie di grandi immagini retro illuminate che ripercorrono la "storia fotografica" della Sindone.
Proprio limitrofo al Museo della Sindone c’è un altro Museo “imperdibile” il MAO- Museo d'Arte Orientale, uno dei più recenti musei di Torino. Ha sede nello storico Palazzo Mazzonis e ospita una delle raccolte artistiche asiatiche più interessanti d'Italia. L'allestimento interno prevede l'esposizione di ben 1.500 opere, alcune di notevole rilevanza, disposte in cinque sezioni. Un’interessante excursus non propriamente da scena del crimine, ma che di sicuro non inquinerà le prove.
Continuando con la nostra “indagine” nella zona del Quadrilatero Romano (Piazza Emanuele Filiberto); presso l'attuale via Bonelli 2, c’è la casa dell’ultimo boia attivo a Torino, Pietro Pantoni (un impiegato comunale che per non tirare la cinghia aveva scelto di tirare la corda: la corda del patibolo). Il suo mestiere era ben pagato e necessario, ma la professionalità portava in eredità un carico sociale insostenibile, infatti nessuno voleva intrattenere relazioni con lui e la sua famiglia. Alla moglie del boia i panettieri porgevano il pane al contrario: dopo ripetute proteste da parte del boia alle autorità, un’ordinanza vietò questa pratica e alcuni forni di Torino cominciarono a cuocere uno strano pane a forma di mattone in modo che potesse essere dato al boia sempre al contrario senza che quest’ultimo potesse lamentarsi. La leggenda vuole che da questa invenzione per aggirare la legge e continuare a manifestare il disprezzo per il boia ebbe origine il pancarré, quello utilizzato per i toast. Possiamo dire che il boia era tutto casa e lavoro, infatti a qualche centinaio di metri da casa sua c’è la piazza conosciuta come Rondò della Forca, uno dei luoghi più visitati a Torino dal turismo esoterico. Con questo nome si indica un punto preciso, che si trova nell’area risultante dalla confluenza degli attuali corsi Valdocco, Principe Eugenio e Regina Margherita con via Cigna e inoltre non distante da piazza Statuto, uno dei fulcri della Torino esoterica. Venne scelta la zona dell’attuale Rondò della Forca perché era il luogo che aveva tutte le caratteristiche adatte per quel grande spettacolo di popolo che erano le esecuzioni. La zona era all’epoca aperta campagna,era molto vicina alla prigione che si trovava in quella che oggi è via Corte d’Appello, era uno spazio molto ampio per contenere un numero elevato di spettatori ed inoltre era circondata da grandi pini che rendevano l’ambiente sufficientemente buio e tetro. Nel momento cruciale si contava il numero di giri che il corpo dell’impiccato avrebbe fatto prima di restare immobile per giocarli al lotto. Certe volte il pubblico manifestava i suoi umori mediante lanci di sassi al condannato, se la condanna era ritenuta giusta, oppure alle forze dell’ordine, se la condanna era ingiusta.
Torino è stata poi la città adottiva del padre della moderna criminologia, Cesare Lombroso (1835-1909), fondatore dell'antropologia criminale al quale è dedicato il tanto discusso Museo di Antropologia criminale (via Pietro Giuria 15, aperto nel 2009 a cent’anni dalla sua morte). Le collezioni comprendono preparati anatomici, disegni, fotografie, corpi di reato, scritti e produzioni artigianali e artistiche, realizzate da internati nei manicomi e da carcerati che Lombroso custodiva fin dagli inizi dei suoi studi nel 1859. Tra i reperti in mostra il cranio del brigante calabrese, morto in carcere, Giuseppe Villella che fu considerato da Lombroso la prova, per le sue forme somatiche ancestrali, delle teorie dell’atavismo criminale spiegate nella sua opera “Uomo delinquente”. Oggi questo cranio è al centro di una disputa, finita in Tribunale, sull’opportunità o meno di esporlo nonostante l’allestimento fornisca gli strumenti concettuali per comprendere oltre le teorie lombrosiane anche gli errori di metodo scientifico che lo portarono a fondare una scienza poi risultata errata.
L’ultima tappa della nostra indagine è nel luogo simbolo delle politiche penali, il carcere. Infatti proprio a Torino è possibile visitare il complesso che fino a dodici anni fa era usato come penitenziario per la città di Torino, chiamato “Le Nuove” (via P. Borsellino 3).
La struttura penitenziaria, unica e innovativa per l’epoca, fu voluta dal Re Vittorio Emanuele II nel 1857 e si estende su di una superficie di circa 37000 metri quadrati, con una pianta a doppia croce e una struttura centrale dalla quale si dipartono tredici bracci. Il carcere venne costruito in tempi record: fu realizzato in soli nove anni e divenne operativo il 1 gennaio del 1860. Le novità erano molte: innanzitutto nell’edificio veniva assicurato un sistema di isolamento totale per i detenuti ciascuno dei quali era rinchiuso in una singola cella (per un totale di 648); in secondo luogo attraverso l’innovativo sistema panottico che permetteva ad un’unica guardia carceraria di controllare tutti i corridoi, si incuteva nel detenuto la terribile sensazione di essere continuamente sorvegliato. Un’altra novità era invece di natura strutturale: pur non essendoci ancora nelle abitazioni cittadine né acqua corrente né riscaldamento, il progetto de “Le Nuove” prevedeva un sistema di riscaldamento e di acqua corrente (nonché adeguati servizi igienici) per ogni cella. In realtà questo programma non venne mai realizzato per mancanza di fondi e le condizioni igieniche della struttura rimasero pessime per diversi anni. Dell’intera struttura è visitabile solo una parte costituita essenzialmente dal famigerato “I braccio”, interamente gestito dalle SS tedesche nel periodo di occupazione, dal braccio femminile e dal braccio dei condannati a morte, al quale si accede attraverso una scala a chiocciola posta nella rotonda centrale. Utilizzato sino al 2003 il penitenziario torinese ha visto rinchiusi al suo interno disertori della I Guerra Mondiale, operai arrestati nel “biennio rosso”, antifascisti, ebrei, partigiani, ma in seguito anche fascisti, terroristi e mafiosi.
Una volta all’interno dell’edificio la sensazione è subito quella di “essere in gabbia”: nel braccio femminile le grate ai piani alti sono immediatamente visibili e le dimensioni ridotte delle celle permettono di capire davvero come lì dentro si potessero perdere la cognizione dello spazio e del tempo reali. Lungo le pareti alcune fotografie di scritte dei detenuti, danno l’idea della loro svariata provenienza geografica e culturale. Ci sono parole in siciliano, in veneto e alcune in italiano perfetto tra cui quella che recita: “Se la giustizia fosse umana io non sarei in questa tana”. E poi c’è una sedia in legno, lo strumento che vanta il primato di aver assistito all’ultima esecuzione capitale in Italia.

Scena del crimine la mostra “Sulla scena del crimine. La prova dell’immagine dalla Sindone ai droni”

Scena del crimine Speciale "Speciale Scena del Crimine – Un’immagine vale più di mille parole?"

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