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Giovedì 08 Febbraio 2018 12:08

Le vedute di Torino nell’arte

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    La storia della pittura del paesaggio parte da Roma come genere artistico autonomo del Cinquecento. Questo è proprio il periodo in cui si delinea l’evoluzione delle diverse tipologie di paesaggio ed è l’epoca in cui si ottennero risultati di notevole qualità ed espressività.

    Nel Seicento si assiste alla nascita del paesaggio ideale e classicista, i cui massimi autori sono Guercino e Poussin, che si sviluppa parallelamente al paesaggio reale. Il Vedutismo è un genere pittorico fiorito nella seconda metà del Seicento in Olanda e presto diffuso in Italia, dove conobbe particolare sviluppo nel XVIII secolo. Esso dà vita a raffigurazioni degli scorci architettonici e scene di vita di città dal glorioso passato storico come Venezia e Roma. Accanto alla scena di genere o ambientale e al ritratto, l'altra tipica specializzazione settecentesca, la rappresentazione del vero e del naturale, portata ad altissimi livelli dai pittori nordici, particolarmente diffusa a Venezia, è appunto la veduta.
    A Torino, presso la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli è possibile ammirare la collezione permanente di sei dipinti di Canaletto e due di Bellotto entrambi maggiori esponenti del vedutismo veneziano. Bellotto, nipote del Canaletto, soggiorna a Torino, alla corte dei Savoia, tra la primavera e l’estate del 1745, durante un viaggio attraverso le più importanti città italiane. Alla città di Torino ha lasciato la “Veduta dell’antico ponte sul Po”, il ponte che connetteva il centro cittadino con la collina. La Veduta nel dipinto è animata dal contrasto tra alto e basso, aulico e popolare: su tutto domina, dal Monte, la chiesa dei Cappuccini, ancora con la cupola metallica (che verrà smantellata per fare palle da cannone nel 1801), mentre sotto, dalla penombra, emergono le attività di Borgo Po. Di fronte, la sponda sinistra del fiume, senza argini, la sabbia alta da cui sbuca la cinta di un convento e un gruppo di lavandaie intente a sbiancare i panni.
    Altro artista attratto dalla bellezza di Torino è Luigi Spazzapan, a cui Torino ha dedicato  l’antologia “Luigi Spazzapan – Ritorno a Torino”. Nel 1928, chiamato dall’architetto Pagano per decorare un padiglione della Grande Esposizione Nazionale al Valentino, il pittore friulano si trasferì a Torino. Autonomo nella sua ricerca, tanto dal classicismo «casoratoriano» quanto dalla pittura tonale dei Sei pittori, Spazzapan, col suo celebre segno, ha creato dei capolavori. Degli anni Trenta-Quaranta, sono le vedute di Torino. Tra queste, “Ponte sul Po”, 1933, dove l’immediatezza espressiva si sposa con l’indefinitezza del soggetto e “Via Pietro Micca a Torino”, 1943, dove poche linee conferiscono marcata espressività all’immagine.  
    Oltre alle prestigiose opere, altre vedute e piante della Città di Torino sono custodite nella Biblioteca Civica Centrale. Aperta al pubblico il 22 febbraio 1869 con il nome di Biblioteca pubblica comunale. Alla Sezione Manoscritti e rari sono oggi affidate la cura e la valorizzazione di un’ampia raccolta di documenti, tra i quali si annovera un interessante fondo cartografico, suddiviso in "antico" e "moderno". La parte antica comprende oltre 400 esemplari tra carte geografiche, piante topografiche e vedute, di cui 75 relative alla città di Torino e al suo territorio (datate tra il 1640 e il 1892) e 40 (comprese tra il 1626 e il 1859) riguardanti gli antichi Stati sabaudi; quella moderna raccoglie carte e piante stampate nel XX secolo.
    Al fine di valorizzare maggiormente tale fondo nel 2012 si è proceduto alla digitalizzazione di una scelta di documenti, corredati da brevi schede illustranti l’opera di appartenenza, la tecnica di produzione, il formato, il soggetto, la segnatura di collocazione, e di metterli a disposizione degli utenti di Museo Torino.
    Le più antiche immagini di Torino, sono invece conservate nell'Archivio comunale che non appartengono a un fondo propriamente fotografico ma fanno parte della Collezione Simeom:  architetture e vedute urbane, tra cui l'album dello stabilimento Brogi dedicato a Torino (1890 circa), e il dagherrotipo raffigurante L'elefante di Torino, che poi morì pazzo, ripreso prima del 1852 a Stupinigi, da un anonimo che potrebbe essere identificato nel marchese Faustino Curlo, nuovo nome nel ricco elenco di esponenti della piccola nobiltà sabauda attratti dalla fotografia. Torino è stata per circa un secolo il centro più importante per le vicende della fotografia italiana. Già nei primi mesi del 1839 il "Messaggere Torinese" e la "Gazzetta Piemontese" pubblicano notizie relative all'annunciata invenzione di Daguerre, mentre l'8 ottobre dello stesso anno Enrico Federico Jest realizza la prima ripresa dagherrotipica torinese, la terza italiana dopo le prove di Firenze e Pisa, ma la sola a essersi conservata sino a oggi: una Veduta della Gran Madre di Dio, in formato di poco inferiore alla mezza lastra, oggi compresa nei fondi della Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino.

    A.I.


    Fonte: www.museotorino.it; www.comune.torino.it; www.museireali.beniculturali.it; www.pinacoteca-agnelli.it;

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